venerdì 13 marzo 2009

Sul concetto di paesaggio

Considerazioni sparse. Dal lavoro per la tesi, dalle passeggiate nel bosco.

Questo benedetto paesaggio è stato una bella gatta da pelare per elaborare la prospettiva della tesi, per ripercorrene le concezioni nella geografia e nelle altre discipline territoriali. Ora direi che siamo arrivati a un punto di equilibrio anche se non a una soluzione che, come sempre, è poetica.
L'esigenza è di condividerla in questo spazio, come valvola di sfogo.

Paesaggio come scrittura materiale della terra e come senso, percezione e immaginazione.
Come teatro e testimone della relazione tra le società locali e il loro ambiente.
Paesaggio come micro-storia, come narrazione e sogno, come visione di futuro, anche da parte di collettività minuscole e insorgenti.
Paesaggio come segno del presente e del passato. Come orizzonte e speranza di futuro.
Paesaggio come corpo che cammina vive respira gusta assaggia ascolta un luogo.
Paesaggio come relazione a doppio senso tra abitante e luogo.
Paesaggio oggi perduto, nella perdita di senso di questa relazione.
Paesaggio ritrovato nei frammenti dell'alternativa, che si esprime nello scambio materiale e immateriale con un luogo, o nel riconoscimento che la Terra è il nostro unico paesaggio condiviso. Il nostro unico teatro, senza quinte e senza spettatori... o forse sì...

Una citazione che amo molto e che rileggo spesso, da un articolo di Massimo Quaini che ancora non ho capito dove sarà pubblicato, e quando lo capirò metterò i riferimenti.

Richiamandosi a Roland Barthes, si potrebbe anche dire che il paesaggio è il piacere del testo, un testo particolare: la Terra: la superficie terrestre non nella sua globalità astratta, ma come disseminazione di luoghi concreti, ciascuno dotato di un senso irriducibile. La Terra come una totalità ricca di varietà e differenze da riconoscere localmente e curare materialmente. In fondo noi possiamo realmente conoscere a scala locale, come un altro scrittore amico di Calvino ci ha da tempo detto: "percorrere il mondo, solcarlo in tutti i sensi, non significherà mai altro che conoscerne alcuni arpenti: minuscole incursioni in vestigia disincarnate". Queste perole di Georges Perec e soprattutto "il sentimento della concretezza del mondo" al quale si richieama come a qualcosa di "irriducibile, immediato e tangibile", devono valere anche e soprattutto per il geografo e per lo studioso del territorio. Non è questo sentimento che ci guida o ci dovrebbe guidare nelle nostre ricerche? Voglio dire, ancora con le parole di Perec, il senso del mondo e della storia "non più come pretesto di un'accumulazione disperante o cume un'illusione di una conquista, ma come ritrovamento di un senso, percezione di una scritura terrestre, di una geografia di cui abbiamo dimenticato che noi siamo gli autori”.



L'altro giorno nella foresta di Marly pensavo che forse

il paesaggio non è altro che la sottile linea luminosa visibile lungo la superficie terrestre, guardando all'imbrunire verso Ovest.
O all'alba verso Est.
E' infatti mobile e imprevedibile come il respiro degli esseri che lo animano.
Paesaggio – biosfera e sociosfera – è il vestito vivo, vivente e vivace della Terra.


Non ho foto di questa linea luminosa, ovviamente, si fa quel che si può...

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