venerdì 26 dicembre 2008

Auguri



Natale non è sempre un bel periodo. Lo sbrilluccicare della patina festiva spesso ci mette davanti tutto ciò che non va nelle nostre vite, e che contrasta con la felicità obbligata o ostentata delle feste e così si rischia di stare peggio del solito.
Io dopo diversi anni di natali odiosi ho voglia di dire forte nel silenzio di questa rete stramba che questo Natale sono serena, e ne sono grata.



E Natale è passato veloce, rilassante silenzioso e freddo, e soprattutto oggi finalmente un po' di calma, anche dai festeggiamenti, un po' di beata solitudine, nebbia, freddo e silenzio.



Tutto è silenzioso in questi giorni di vero freddo, la neve si affaccia dai monti più vicini, oggi c'è un vento freddo e tagliente, e anche le galline vanno a casa più presto del solito... in buona compagnia!






Ultimamente due grandi caprioli, forse due femmine, si fanno vedere in pieno giorno in mezzo ai campi, forse in cerca di cibo... e da Castel dell'Alpi un'amica dice che è stato avvistato il lupo...


Auguri a tutti, specialmente agli amici lontani e che ora sono in estate, da questo inverno freddo fuori e caldo dentro.

domenica 21 dicembre 2008

Solstizio, Natale, riti e luoghi. Celebrazioni ed etnocentrismo

Oggi è il solstizio d'inverno, giorno in cui le giornate terminano di accorciarsi, la luce rincomincia a togliere minuti al buio...
I popoli che abitavano queste terre sin dall'antichità avevano diversi riti per celebrare questo periodo, in cui il freddo e la morte apparente dell'inverno hanno in sé già il seme e l'energia della rinascita primaverile.
I Celti festeggiavano il ritorno della LUCE, la dea Madre dall'oscurità partoriva il dio Sole che l'avrebbe nuovamente fecondata per continuare il ciclo della vita... Per i Romani era il tempo dei Saturnali, festeggiamenti in onore di divinità infernali che, secondo le credenze, durante il periodo invernale uscivano dal regno sotterraneo vagando per le campagne addormentate; gli dei andavano placati con festeggiamenti in loro onore, rituali e, oggi si direbbe, "performance".

Strano come il teatro nelle società tradizionali facesse parte della vita quotidiana molto più di oggi, come il racconto e la narrazione della storia delle comunità e dei luoghi dovessero essere periodicamente ripprodotti collettivamente. E la parola si faceva simbolo e condivisione, e nel riconoscimento reciproco si rinsaldavano gli equilibri sottili su cui i luoghi si reggono, all'interno delle comunità umane ma anche tra gli esseri umani e gli spiriti dei luoghi.

Perché è innegabile anche per chi non è interessato a una dimensione ultraterrena che esista uno "spirito dei luoghi", molto terreno, dato dai caratteri degli esseri che li abitano... Tanto più per noi esseri umani che nel proiettare forme-pensiero siamo così bravi... o potremmo essere così bravi...

E così, con l'evoluzione delle credenze popolari e spirituali (non sempre spontanea...) anche il Cristianesimo ha scelto questo periodo per segnare la venuta al mondo della sua luce, forse anche perché le circostanze astronomiche favorivano questo periodo influenzando le persone...

Non che scopriamo l'acqua calda, ma penso agli amici nelle altre parti del globo... e a quelle popolazioni... dunque per loro è tutto invertito, per loro ora è l'inizio dell'estate...
Dunque tutti quanti festeggiamo il Natale a dicembre ma non è giusto per chi vive nell'emisfero sud... i conti non tornano... sarà per questo anche che le cose al mondo funzionano un po' a sprazzi... le energie, le polarità della terra sono scombinate anche per questo...


Be' non vorrei aprire questioni troppo complicate, Yule (solstizio) richiede di riposarsi, di recuperare le energie, dedicarsi un po' di tempo...
Ed è stato per fortuna così, con serenità e un'allegra compagnia, anche una passeggiata a Monte Adone. E chissà il significato delle origini di questo nome, e così del vicino Monte Venere (a Monzuno), forse sono ispirate al dio che simboleggia oltre alla giovanile bellezza maschile la morte ed il rinnovamento della natura.

E con questo l'augurio per tutti che i desideri e le speranze che sono ancora semi dentro di noi possano caricarsi sufficientemente per crescere durante questi mesi invernali e fiorire al sopraggiungere della primavera.


sabato 13 dicembre 2008

Pioggia, "Onda" e melma. Guerriera urbana vs. lottatrice nel fango (rurale)


MEGLIO LA RIVOLUZIONE O L'EVOLUZIONE?

Ieri - 12 dicembre - sciopero generale. Vago per Bologna per svolgere le mie faccende, lavoro, posta, commissioni varie, con una bicicletta in prestito, e apprezzo la libertà, cosa rara da pendolare con bus o treno...
Piove quella pioggia fitta e persistente di pianura padana... la libertà è bella... ma è difficile riuscire a goderne, mentre i taxisti, il traffico e gli autobus ti mettono i bastoni tra le ruote...
La pioggia invece mi piace, sulla faccia, mentre vai, è peggio l'umidità che si insinua nelle ossa mentre stai ferma...
Incontro l'"onda" studentesca, il corteo di lavoratori, penso di aggregarmi alla manifestazione... ma l'alternativa è recuperare una lezione di yoga... opto per l'evoluzione interiore più che per la ricoluzione.
Sono partecipe di quest'Onda, anche se come sempre l'unione delle aspirazioni individuali nell'anonimato della folla mi infastidisce e mi sembra rischiosa, non mi riconosco nella folla anche se mi piace.
Quest'onda mi piace, ha tutte le ragioni e si comporta con giudizio, ma la rabbia di questo periodo è tanta e qua è la si sentono cori o commenti o si leggono scritte che sono troppo piene di rabbia per i miei gusti. Ce l'ho anch'io del resto, quella rabbia, ma cerchiamo di trasformarla... Comunque c'era bisogno che le persone si svegliassero un po', sempre che questo sia sufficiente...
E così, di nuovo fuori città, finalmente, e dopo yoga doccia bollente, cibo, e poi qualche momento piacevole/doveroso con gli animali, per tornare all'aperto e godere, dal caldo di vestiti finalmente asciutti, della valle piena d'acqua aeriforme. Non fa tanto freddo, e anche l'inverno è bello, mi piacciono tutte le stagioni. Oggi siamo in una grande nuvola grigia, che prende tutta la valle, pioggia costante, nebbia che cede al peso di gocce troppo grosse e piove a terra... Il fango in cui siamo immersi, causa lavori, è più viscido che mai. Indosso stivali troppo grandi perché non trovo i miei, i cani fradici e impassibili anche se un po' mogi mi accompagnano su per il pendio infido per giungere dalle oche, galline e caprette, che aspettano cibo. Mi godo il momento. Questa è la mia rivoluzione. Silenziosa, potente, almeno per la mia evoluzione, anche se ancora c'è tanto da fare, mi arrampico su per il pendio per prendermi una ventina di minuti di vita tridimensionale prima di rimettermi al lavoro al computer... ma lo stivale è troppo grande, affonda nel fango, e ci rimane, mentre il mio piede segue la gamba che è "troooppo avanti". Il piede e le mani nel fango gelido.
mi tolgo il calzino esterno, per fortuna ne ho due paia., recupero lo stivale, appoggio il calzino su un albero, e procedo imperterrita...
ma i miai venti minuti di ricerca di pace diventano gelidi e anche un po' arrabbiati, anche se ci ridiamo su...

questo è il proprietario dei grandi stivali... il re del fango

martedì 9 dicembre 2008

Post telegrafico


E' da tanto che volevo scrivere questa cosa, che suona un po' come una barzelletta.

Incoerenze surreali...

quando il marketing esagera...



Iscrizione sullo stand della Regione durante Terra Madre, Salone del Gusto, organizzato da Slow Food a Torino:


"C'è chi zappa con la rabbia,

c'è chi zappa con le cifre e

chi zappa con le idee"
...
MA... mi domando... C'E' QUALCUNO CHE ZAPPA CON LA ZAPPA???

martedì 2 dicembre 2008

Paesaggi incarnati. Siamo gente di montagna dolce




Non sappiamo di dove siamo originari. Tutt'al più conosciamo i nostri avi più vicini, nel mio caso specifico tra le colline di Romagna e Castel San Pietro...

Se consideriamo la storia di lunga durata e non la storia misurata sulla vita di pochi esseri umani, pensando ai tempi lunghi che ci hanno plasmato, noi e il teatro dove recitiamo le nostre storie, il nostro paesaggio, la stessa materia prima in cui siamo modellati e che contribuiamo a modellare, allora non saranno lontani da noi i nostri avi romani, gli etruschi, celti o galli, i villanoviani, a ritroso fino ai primi abitanti di queste terre, allora molto più selvatiche e così diverse da ora... e tra loro qualche sparuto e avventuroso commerciante greco, o guerriero saraceno, qualche mistico errante venuto chissà da dove, saggio o pazzo poco importa...

Non conosciamo le mille anime che convivono nei nostri corpi millenari, o forse non le sappiamo più ascoltare, come non sappiamo più riconoscere le voci degli animali nei boschi, i cui linguaggi, tuttavia, sono ancora da qualche parte dentro di noi...

Non conosciamo più niente, a parte miliardi di immagini, loghi, simboli, riprodotti e riproducibili, tele-visibili o pret-à-porter, non conosciamo più i gesti sapienti e rituali ripetuti ritmicamente per generazioni, fino alle nostre nonne, noi conosciamo automatismi, tasti, bottoni, meccanismi... fino a rischiare di diventare noi stessi ingranaggio...
Eppure abbiamo facoltà di riconoscere un posto come nostro, di adottarlo e chiedere rispettosamente di essere adottati da esso,
e, come insegna il pensiero bioriegionale, ricominciare ad essere selvatici...

Non sappiamo da dove veniamo, ma vogliamo ri-tornare e ri-trovarci nei nostri Appennini, monti ospitali che da secoli hanno dispensato generosamente sopravvivenza, e spesso con una dimensione molto più egualitaria e comunitaria che in pianura o in città. Con minore sfoggio di beni forse, ma con maggiore ricchezza di risorse, legna, pascoli, cibo, almeno se si considera l'equa distribuzione dei beni primari tra la popolazione.
E poi forse c'è una passione per la fatica, il dispendio di energie che la montagna, anche se dolce, richiede.
Forse è la rabbia che abbiamo dentro, negli occhi pieni di rovine industriali e urbane, che ci fa desiderare la sana fatica delle terre motuose, pieni come siamo di una forza che deve trovare sfogo all'esterno, per non arrecare danni all'organismo.

Perciò cantiamo a queste origini ritrovate, per celebrare e rinsaldare la fedeltà che portiamo loro, per chiedere asilo e aiuto per continuare a conoscerle e viverle sempre di più.

Cantiamo


Siamo gente di montagna dolce


Pendii appenninici ci hanno cullato da generazioni, secoli, qualche millennio.
Siamo impastati di questa terra argillosa, la nostra pelle venata di gessi, calanchi,
contrafforti di arenaria sulle nostre guance

cuore di bosco.

L'acqua dei nostri fiumi è l'acqua che ci inonda al 70%, nebbie mattutine ci avvolgono,
pioggerelle fitte
e temporali estivi scorrono nelle nostre vene

e nevi hanno da secoli e secoli coperto il nostro grano.

Abbiamo capelli di querce, frassini, carpini, roverelle e castagni
unghie di rovi e ginestre
sui nostri seni fiorisce la rosa canina e maturano rosse le sue bacche,
le more rigonfie
e sulle creste più alte
i mirtilli saporiti.

I nostri figli sono fatti di castagne e fagioli
hanno membra di frumentone,
farro e segale
e orzo
e grano
ma non solo di quello,
come la monotonia che nell'ultimo secolo ci alimentato.


Grano vuoto, straniero, anonimo e inquinato,
grano coltivato su campi sterminati, uguali in tutto il mondo e ripieno di plastica,
grano modificato da mani inguantate che lo scrutano senza reverenza,
invece che selezionato da contadine sapienti con il pensiero al raccolto che verrà,
e la riconoscenza per quello ricevuto,
grano che giace esanime nei container, e che giunge a noi preconfezionato, addizionato, stabilizzato, addensato...

Di che pasta saranno fatti i figli dei nostri figli dunque,
se è vero che siamo quello che mangiamo?
Siamo popolazioni di piccoli poderi arroccati sulle terrazze di questa spina dorsale appenninica, siamo fatti di tanti campanili ma anche di tanti orti e cortili, e sempre diversi...

Nelle nostre carni corrono ancora la lepre e il cinghiale, caprioli e fagiani, e maiali, cresciuti liberi a cibarsi di ghiande, e pecore e capre
e qualche mucca vecchia e dura
romagnola, caparbia e gran lavoratrice.

Questa memoria abbiamo nelle cellule, divenuta genetica ormai,
e non può essere dimenticata.

E' questa memoria che soffre e che ci fa soffrire per lo scempio perpetrato ai pendii e alle valli, la stessa memoria incarnata che ammira felice un tramonto, un paesaggio di boschi lussureggianti o di caldi colori autunnali...

Fare onore a questa memoria facilmente ci renderà salvi
negarla farà impazzire le nostre stesse cellule amareggiate
contrapposte a una razionalità astratta,
economica e tecnica
ma priva di corpo
priva di passione, di storia, di identità,
solo maschera per volti di esseri fantasma,
come pubblicità ricostruita su corpi inesistenti, irreali.

Invece

siamo gente di montagna dolce


rotondamente veri e forti
e la vanità dei tempi non ci fermerà,

a noi che ci riconosciamo tali...

Solidi e veri
a noi non serve la pubblicità.

lunedì 1 dicembre 2008

Post fotografico








RICERCA PRECARIA






P.S. ... l'orto è stato distrutto dalle mucche che hanno sconfinato...
è la vità...