giovedì 3 settembre 2009

RESUMEN

prologo - questi post sono stravecchi, ma qui la connessione arriva wi-fi dai vicini, e a volte c'è, altre no.


Riassunto delle puntate precedenti

non ho più scritto perché impegnata a finire un articolo, a preparare una partenza, nell'eterno cantiere della Casa, in un'escalation di cose da fare, stanchezze, situazioni insolite. Tipo l'incendio di un campo vicino casa, per fortuna senza grossi danni per la casa che c'era vicino.

Ma almeno al momento l'Artigiano ed io abbiamo sospeso la manovalanza, al momento tocca ai cognati (miei, ossia il fratello del Falegnape e relativa consorte – qui si trasformerà in un cohousing).
Preparativi per partenze, dicevamo.
E qui apro l'eterna parentesi (un po' come l'eterno ritorno di Nietsche, no?!). Questo blog nasceva, come recita diligentemente il suo titolo, con l'idea di dare voce alla ricerca che sto portando avanti, che tratta, appunto, di agricoltura ecologica e consumo critico, pur con gli alti e bassi del cammino e seguendo le suggestioni del momento, anche se fuori tema (è la testa fra le nuvole...). E, in parte, il blog corrisponde a questi intenti ma, come ormai è la ricerca che sta portando avanti me, così la tentazione di parlare delle apparenti assurdità della vita quotidiana, delle casualità cicliche, delle meraviglie personali è troppo forte, e io mi arrendo, anche se il mio spirito inquisitore, che ama giudicare e decretare cosa è giusto e cosa non lo è, ahimè, non condivide del tutto lo spirito voyeristico dell'Internét e, in particolare, della blogosfera. Anche se per altri versi è utile e interessante. E qui ci starebbe un link all''ormai famoso post fantasma, sul “perché un blog”. Ma questo è, appunto, fantasma. Anche se sento che a breve arriverà l'ispirazione e il momento giusto per scriverlo.

Quindi – contesto e prologo – per i lettori (altrettanto fantasmi, a parte i pochi che ringrazio di aver battuto un colpo)

Siamo in Spagna, cioè io e le mie identità multiple, precisamente a Siviglia, per evitare che gli ultimi fondi a disposizione della mia borsa di studio rimanessero alla già troppo facoltosa Università di Bologna (e sottolineiamo facoltosa). E così, con un “la va o la spacca”, ho tentato la fortuna e mi è capitato di strappare la “lettera di invito” necessaria per un soggiorno di un paio di mesi, in una città scelta non a caso: da un punto di vista scientifico, perché ci sono esperienze interessanti in Spagna sul tema del paesaggio, agrario in particolare, bla bla, ma dal punto di vista umano (visto che di geografia umana si tratta – come diceva Fantozzi “com'è umano lei”), per rendere questo soggiorno piacevole e il più semplice possibile, e economicamente sostenibile, vista la precedente esperienza parigina, che tanto mi ha fatto soffrire la mancanza di Baruffa & C. e che ha infierito sulla già precaria situazione finanziaria.

Ma stavolta c'è una new entry, l'Artigiano arriverà, ben presto, come una ciliegina sulla torta, per godere del riposo del giusto (se ce la fa, perché, conoscendolo, forse troverà qualcosa da fare anche qui, ahi lui).

Quindi da circa 6 giorni, che mi paiono, com'è ovvio in questi casi, un'eternità, mi trovo qui, nella terra rossa di Spagna, dove ancora l'altro ieri c'erano punte di 44 gradi. Non solo, il tutto assume un tono di dejà-vu, se si viene a conoscenza che in terra andalusa sono stata 10 mesi, a Sevilla, in Erasmus, ormai – ho contato – SETTE anni fa, e mi sono sentita anche un po' più vecchia, o più matura, e cinque mesi, a Cordoba, ritornando a casa infine con il pensiero stretto, come tendo a fare, sul presente, e sulle scelte del momento, perché se ci avessi pensato troppo, chi può dirlo, forse non sarei tornata più.

Ora, col senno di poi, di cui, com'è noto, sono piene le fosse, mi pare anche che un buona parte della mia passione per questa terra fosse in parte infatuazione, cosa che mi coglie spesso, essendo di natura facilmente innamorabile. Non che non sia affascinante, sia chiaro, ma da qui a desiderare di farne la propria casa è un altro discorso. Il clima, il ritmo rilassato, la musica, la gente accogliente, chiacchierona, simpatica, il modo diretto in cui (almeno secondo me) esprimono il loro pensiero, continuano a piacermi, ma ora, lasciando stare la differenza tra città e campagna, vedo anche la chiusura di alcuni, certo non di tutti, nel rispettare alcune idee correnti (i bambini vestiti a festa che paiono usciti dagli anni Quaranta, la religiosità esibita e il gusto barocco, ecc.), l'abbondanza di segni di una cultura maschilista, machista, quasi più che negli uomini nelle donne, agghindate con orecchini pendenti, truccate e imparruccate come dive uscite dei video hip-hop, e, ovviamente, svestite secondo la moda del pret-à-porter cinese del momento. Un'altra cosa che hanno qui, non so nel resto di Spagna, è che sono compulsivi: nel mangiare, spilluzzicando in qualsiasi momento, fumando, mangiando chucherìas (e non a caso il nome del noto lecca-lecca, chupa-chups, è spagnolo) e, secondo me, anche comprando vestiti di pessima qualità (lasciando stare il dubbio gusto), dell'idea “meglio la quantità che la qualità”. Non ricordavo l'abbondanza di negozi, cinesi o meno, dai prezzi stracciati che vendono le ultime versioni dei vestiti del momento, di poliestere, misto cotone ed elastan, delle scarpe che costano pochi euro ma che durano una stagione, tanto di più non resisterebbero, per il variare delle mode. Ma, cambiando discorso, non ricordavo neanche che andassero in due in motorino senza casco, o col casco praticamente finto, non solo non omologato. Certo, io non conosco il nostro sud, dove forse le cose sono simili, ma è buffo vedere queste cose nella “Europa Unita”, dove poi le prese italiane sono diverse da quelle spagnole (!), o dove i cartelli stradali non sono assolutamente aggiornati alla normativa europea. Non ricordavo i venditori di pollo asado, ma sì quelli del pescadito frito; quando ero stata qui internet non era ancora così diffuso, e il cyber cafè dove andavo ora ha chiuso, immagino per l'abbondanza di connessioni casalinghe. Ora a Sevilla c'è anche la metro, anche se al momento è solo una linea, c'è il servizio di bici a noleggio come a Parigi, solo che nessuno sa spiegarti come funziona, c'è il tram, praticamente solo turistico e non collegato al resto degli autobus, perché un servizio è gestito dal comune e uno dalla regione (…!). E ieri, dentro un cortile interno/garage/retro di un bar, ho visto un asino, presumibilmente per qualche attrazione turistica, compagno dei cavalli che tirano le carrozzelle, eppure ci stava bene, in mezzo ai signori sdentati e cotti dal sole che bevevano nel retro del bar.

E così, tutto mi suona come già visto, anche se diverso, come il nuovo codice del bancomat, o i pin delle schede del cellulare, che mi sembra già di aver avuto, o forse è solo che siamo sottoposti a troppi stimoli, e numeri, e che in tre giorni avrò fatto decine e decine di telefonate per trovare casa...

E in notti piene di sogni che lasciano poche tracce ho sognato mio padre che andava su un deltaplano giallo, e chissà forse io con lui, anche con mia sorella grande, ed era come non fossero passati 15 anni, come se per lui il tempo si fosse fermato, o forse si è fermato per me, ed era entusiasta e pieno di energia come solo lui sapeva essere.

Ma insomma, trovata una stanza, con una famiglia formata da una coppia boliviana più giovane di me con un bambino di sei anni, ho fatto su baracca e burattini e sono partita, solo con la mia nuova tracolla cinese (eh sì, anche io ho ceduto... ma non avevo altra borsa, e in quella del viaggio, minuscola, si era sciolta la cioccolata, ed ero ancora tra l'ostello e gli armadietti della stazione, sin lavadora), per la PLAYA.

Ma ora sarà meglio interrompere e scrivere un altro post.

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