martedì 2 dicembre 2008

Paesaggi incarnati. Siamo gente di montagna dolce




Non sappiamo di dove siamo originari. Tutt'al più conosciamo i nostri avi più vicini, nel mio caso specifico tra le colline di Romagna e Castel San Pietro...

Se consideriamo la storia di lunga durata e non la storia misurata sulla vita di pochi esseri umani, pensando ai tempi lunghi che ci hanno plasmato, noi e il teatro dove recitiamo le nostre storie, il nostro paesaggio, la stessa materia prima in cui siamo modellati e che contribuiamo a modellare, allora non saranno lontani da noi i nostri avi romani, gli etruschi, celti o galli, i villanoviani, a ritroso fino ai primi abitanti di queste terre, allora molto più selvatiche e così diverse da ora... e tra loro qualche sparuto e avventuroso commerciante greco, o guerriero saraceno, qualche mistico errante venuto chissà da dove, saggio o pazzo poco importa...

Non conosciamo le mille anime che convivono nei nostri corpi millenari, o forse non le sappiamo più ascoltare, come non sappiamo più riconoscere le voci degli animali nei boschi, i cui linguaggi, tuttavia, sono ancora da qualche parte dentro di noi...

Non conosciamo più niente, a parte miliardi di immagini, loghi, simboli, riprodotti e riproducibili, tele-visibili o pret-à-porter, non conosciamo più i gesti sapienti e rituali ripetuti ritmicamente per generazioni, fino alle nostre nonne, noi conosciamo automatismi, tasti, bottoni, meccanismi... fino a rischiare di diventare noi stessi ingranaggio...
Eppure abbiamo facoltà di riconoscere un posto come nostro, di adottarlo e chiedere rispettosamente di essere adottati da esso,
e, come insegna il pensiero bioriegionale, ricominciare ad essere selvatici...

Non sappiamo da dove veniamo, ma vogliamo ri-tornare e ri-trovarci nei nostri Appennini, monti ospitali che da secoli hanno dispensato generosamente sopravvivenza, e spesso con una dimensione molto più egualitaria e comunitaria che in pianura o in città. Con minore sfoggio di beni forse, ma con maggiore ricchezza di risorse, legna, pascoli, cibo, almeno se si considera l'equa distribuzione dei beni primari tra la popolazione.
E poi forse c'è una passione per la fatica, il dispendio di energie che la montagna, anche se dolce, richiede.
Forse è la rabbia che abbiamo dentro, negli occhi pieni di rovine industriali e urbane, che ci fa desiderare la sana fatica delle terre motuose, pieni come siamo di una forza che deve trovare sfogo all'esterno, per non arrecare danni all'organismo.

Perciò cantiamo a queste origini ritrovate, per celebrare e rinsaldare la fedeltà che portiamo loro, per chiedere asilo e aiuto per continuare a conoscerle e viverle sempre di più.

Cantiamo


Siamo gente di montagna dolce


Pendii appenninici ci hanno cullato da generazioni, secoli, qualche millennio.
Siamo impastati di questa terra argillosa, la nostra pelle venata di gessi, calanchi,
contrafforti di arenaria sulle nostre guance

cuore di bosco.

L'acqua dei nostri fiumi è l'acqua che ci inonda al 70%, nebbie mattutine ci avvolgono,
pioggerelle fitte
e temporali estivi scorrono nelle nostre vene

e nevi hanno da secoli e secoli coperto il nostro grano.

Abbiamo capelli di querce, frassini, carpini, roverelle e castagni
unghie di rovi e ginestre
sui nostri seni fiorisce la rosa canina e maturano rosse le sue bacche,
le more rigonfie
e sulle creste più alte
i mirtilli saporiti.

I nostri figli sono fatti di castagne e fagioli
hanno membra di frumentone,
farro e segale
e orzo
e grano
ma non solo di quello,
come la monotonia che nell'ultimo secolo ci alimentato.


Grano vuoto, straniero, anonimo e inquinato,
grano coltivato su campi sterminati, uguali in tutto il mondo e ripieno di plastica,
grano modificato da mani inguantate che lo scrutano senza reverenza,
invece che selezionato da contadine sapienti con il pensiero al raccolto che verrà,
e la riconoscenza per quello ricevuto,
grano che giace esanime nei container, e che giunge a noi preconfezionato, addizionato, stabilizzato, addensato...

Di che pasta saranno fatti i figli dei nostri figli dunque,
se è vero che siamo quello che mangiamo?
Siamo popolazioni di piccoli poderi arroccati sulle terrazze di questa spina dorsale appenninica, siamo fatti di tanti campanili ma anche di tanti orti e cortili, e sempre diversi...

Nelle nostre carni corrono ancora la lepre e il cinghiale, caprioli e fagiani, e maiali, cresciuti liberi a cibarsi di ghiande, e pecore e capre
e qualche mucca vecchia e dura
romagnola, caparbia e gran lavoratrice.

Questa memoria abbiamo nelle cellule, divenuta genetica ormai,
e non può essere dimenticata.

E' questa memoria che soffre e che ci fa soffrire per lo scempio perpetrato ai pendii e alle valli, la stessa memoria incarnata che ammira felice un tramonto, un paesaggio di boschi lussureggianti o di caldi colori autunnali...

Fare onore a questa memoria facilmente ci renderà salvi
negarla farà impazzire le nostre stesse cellule amareggiate
contrapposte a una razionalità astratta,
economica e tecnica
ma priva di corpo
priva di passione, di storia, di identità,
solo maschera per volti di esseri fantasma,
come pubblicità ricostruita su corpi inesistenti, irreali.

Invece

siamo gente di montagna dolce


rotondamente veri e forti
e la vanità dei tempi non ci fermerà,

a noi che ci riconosciamo tali...

Solidi e veri
a noi non serve la pubblicità.

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