mercoledì 24 settembre 2008

Dalla collina alla fermata dell'autobus e ritorno. Sul confine tra due mondi

Quando posso, per recarmi alla fermata dell'autobus che mi porta in città, vado a piedi giù per la collina. Sono un paio di chilometri che posso fare solo se non ha piovuto, perché passo da una cavedagna, una strada tra i campi. Sarebbe bello poterlo fare sempre, magari anche per la strada provinciale, anche se il percorso è più che doppio, ma non è il fattore tempo a fermarmi, piuttosto il fatto di camminare sul confine tra due mondi.
Giù per la cavedagna sono cerbiatto, sono lepre, o sono ragazza d'altri tempi, anche se in abiti moderni, spesso mi sento guerriero o vagabondo, con il mio zaino sulle spalle. Materiale da lavoro (be', libri e cartacce, d'accordo), attrezzi come telefono o penne, digitali e reali, ma ho anche la mia riserva d'acqua e di cibo per affrontare la giornata nella giungla urbana e vestiti per coprirmi tra i “civili”, visto che correndo con lo zaino in spalla non si sente il freddo.
Vorrei camminare, prendermela comoda e avere più tempo per dondolare il corpo e la mente, ma non riesco sempre a gestire bene il tempo, e così spesso corro, a tratti, mentre cerco di osservare le sfumature del paesaggio, e quando ho un po' più di calma ascolto gli uccelli, o le cicale, o il silenzio.
E' un'avventura sempre diversa, ma proverò a raccontare alcuni momenti che mi sono rimasti impressi più di altri, alcune curiosità. Intanto una cosa da notare che, nel male, è una buona cosa. Ad un certo punto esco dai campi e entro nel territorio di asfalto, per forza, e passo sotto a un sottopassaggio ferroviario. Qualche tempo fa hanno aperto un passaggio più grande, per aprire la strada ai camion, il che parrebbe uno svantaggio, però per me si è rivelato un vantaggio, perché così posso usare il sottopassaggio vecchio, dove prima era brutto passare a piedi, da quanto era stretto, e controllare che non ci fossero macchine, ed è non piccolo vantaggio.
Questa camminata mattutina è qualcosa che dà molta forza. Risveglia le orecchie ai suoni del posto, che parlano serenità, anche il rumore del treno in lontananza ha il suo senso, dopo tanti anni non è più ostile, il posto lo ha accolto e la valle risuona quando passa.
Gli occhi cercano di prendere il più possibile e portarselo via, in città, ma è un esercizio che richiede tempo, dedizione e speranza, per riuscire ad essere sempre veramente liberi.
Ma questa camminata mi mantiene anche più me stessa, perché non posso mettere certi vestiti e soprattutto scarpe e non mi interesso troppo delle apparenze che richiede il lavoro. Spero di potermelo sempre permettere, col lavoro, è una ricchezza grande.
D'estate però, quando il suolo è arido, se corro sollevo un polverone, e quando arrivo giù mi cambio le scarpe, perché sarebbe veramente troppo, molti intorno a me non potrebbero comprendere.
Sono in incognito. Posso rivelare di questi piccoli piaceri solo a chi può comprendere.
E' buffo cambiarsi le scarpe tra un campo e una strada di campagna.
Nell'ultimo tratto tra i campi, passata una vigna, ci sono una casa e un fienile in ristrutturazione. Pare ci faranno un albergo. Speriamo non impediscano il passaggio tra i campi...
Ieri mattina, per la prima volta ho visto qualcuno, anzi più di uno (è sempre così, le cose capitano tutte insieme), un signore che curava la vigna, e io sono passata inosservata, dall'altro lato della vigna rispetto a lui, a un centinaio di metri. E tra le case per la prima volta ho visto un muratore, di solito sembra un cantiere fantasma, ma lui non mi ha visto, mentre si girava dalla mia parte ero dietro un albero, poi è andato dall'altra parte con dei secchi e nonostante la mia giacca rossa sono sfuggita alla sua vista dietro la casa, e via, giù per il campo. Una volpe.
E arrivata giù, tra i macchinari che hanno rifatto la strada, e riempito e spianato un fosso (dove andrà adesso quell'acqua?) – ahi! – ho incontrato uno sguardo. Non ce l'ho fatta. Usa salutarsi in campagna, quando si gira a piedi. Be', non mi è venuto, e del resto neanche a lui. Non è bello essere visti dal mondo umano quando si è nel selvatico. Come quella volta che andavamo a piedi a prendere il latte dal contadino e i carabinieri che passavano di lì ci hanno chiesto chi eravamo e se abitavamo da quelle parti...

Una volta invece, ancora tra le fabbriche che dalla nazionale portano al sentiero verso casa, ho visto un leprotto, eh sì, ce ne sono spesso lì, ma questo è uscito da un cancello di un cortile cementato ed è scappato verso i campi... chissà cosa cercava...
Capisco la volpe, una volta l'ho vista sulla strada all'altezza di un sobborgo che ormai è un tutt'uno con la città, ma lei immagino cerchi avanzi di cibo... boh. Comunque loro ci guardano. Mentre passiamo in macchina nelle strade buie tanti occhi ci guardano...

E li capisco, cavoli. Una volta, poco tempo fa, tornavo verso casa, per la salita, che era già buio, la luna quasi piena coperta dalle nuvole e molto scuro... Be, io avevo più timore tra le fabbriche spente e qualche casa che c'è in accorpata, ancora di più intorno al sottopassaggio e sotto, che non vedevo dove mettevo i piedi... Desidero il campo, che arrivi subito sotto i miei piedi, sono allo scoperto, e vedo luci in lontananza, da una strada mai frequentata, penso che siano luci più lontane, invece sono auto verso di me! Si nascondono dietro una curva e io di nuovo lepre e volpe attraverso la strada in fretta, quattro passi e sono già sulla collina, nel campo, io le vedo, tre macchine, veloci e illuminate, e sono tranquilla, perché loro non vedono me, che sto camminando a pochi metri in quello che per loro è buio.

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