mercoledì 9 dicembre 2009

Tempo. Stagioni. Nebbie. Soli

Sono una persona abbastanza statica. Almeno adesso. Da quando vivo con l'Artigiano alle pendici dell'Appennino e cerco di conoscere, sentire, imparare da questo posto, che per nostra fortuna è una terrazza su un mondo ancora molto rurale, anche se sul fondovalle, lungo il fiume, il mondo urbano e i suoi rumori sembrano allargarsi (e voglio dire sembrano...).
Statica nel senso di avere messo radici in questo posto, o almeno di provare a mettercele, ma non di certo per le emozioni, ma questa è un'altra storia.
Siamo stati due mesi in Spagna, in Andalusia, complice un'opportunità della mia borsa di studio, ormai agli sgoccioli, e ai primi di novembre siamo passati dalle spiagge alle nebbie.
L'Artisan non ha retto e ha ceduto a un virus, forse suino, degenerato in focolaio ai polmoni. E così tutto è ricaduto su di me
legna per il riscaldamento
bestiole (cani, gatti, galline, non ho ancora parlato di Black e Sabbat, le nostre due pecorine nere e bretoni)
oltre alle altre cose solite di casa/lavoro, ecc.
in un contesto che è ancora un cantiere a cielo aperto
e fangoso;
e pian piano lui si sta riprendendo,
e anche io, anche se ho bisogo di tempo.
Tempo, da dedicare a me, ai miei pensieri.
Siamo passati dalle spiagge, certo fresche, ma ancora in costume, alle nebbie autunnali, alle foglie rosse e gialle che hanno dipinto il paesaggio, siamo passati dalla nebbia fitta che si fermava proprio alla nostra altezza, non tanto a valle, e appena si saliva a monte di pochi chilometri, il sole, e il rosso-dorato dell'autunno.

Poi un bel giorno ha fatto uno strano vento caldo, sarà durato 24 ore, e il giorno dopo ho sentito arrivare l'inverno. L'aria era ancora calda, dal giorno prima, ma si sentiva arrivare un vento sferzante, un'aria pizzichina di freddo in un'atmosfera stranamente calda. Ero in città, ma l'ho sentito arrivare.

Oggi era limpidissimo e il Cimone era nitido, sembrava quasi più vicino del solito, e il Corno alle Scale si vedeva così bene da comprendere il perché del suo nome...

Ho sentito l'inverno arrivare, anche se non è ancora freddissimo, ma già quando la mattina vado ad aprire le galline e a dare il fieno alle pecore mi si gelano le mani, se mi si bagnano.
Ha piovuto tanto, la terra è trasuda ricchezza, tra il verde vigoroso delle pianticelle che cominciano a spuntare nei campi e il marrone degli alberi spogli, i fossi segnati dai trattori nei campi sono ancora nitidi e le colline mostrano ogni loro singola curva, disegnate.
Stiamo uscendo dalle nebbie autunnali, che pure mi piacciono, quando ti lasci avvolgere e ti offuscano i pensieri, soprattutto quelli superflui, soprattutto la notte, quando esco a guardare fuori e mi concentro sui rumori, vedo ombre con la coda dell'occhio o della fantasia.
Ma in questi ultimi giorni è limpido, le notti sono stellate, e pregusto le giornate assolate di inverno, pizzichine e luminose, come oggi, in cui ho avuto la fortuna di essere di ritorno alle tre, in pieno sole, per una strada di campagna. Tanti caprioli, in questi giorni, neanche diffidenti alla presenza umana, stranamente. O presumibilmente femmine, capriole. E poi un altro animale che esce come vien fuori il sole, il ciclista pensionato super-tecnologico.
Ora il sole è andato dietro alle colline a Ovest che si tingono di scuro e la sua luce dietro si fa arancione.
Ho solo bisogno di un po' di tempo, e me ne sono preso qui un pezzetto.

1 commento:

..althea officinalis.. ha detto...

splendido il tuo descrivere quel che ti circonda! l'ho vissuto leggendo!
ti abbraccio